Il fotografo dei giardini, intervista a Dario Fusaro

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Dario Fusaro è considerato oggi uno dei maggiori fotografi di giardini in Italia. GardenTV lo ha intervistato, chiedendogli di raccontarsi ai lettori: dagli inizi con la pellicola alle nuove possibilità del digitale, come nascono i suoi scatti e a chi sono destinati e anche qualche consiglio per chi vorrebbe cimentarsi con il genere della fotografia in giardino.

Dario FusaroDario Fusaro, lei è considerato oggi uno dei maggiori fotografi di giardini in Italia. Come è nata questa professione e come ha cominciato?
Come spesso accade nella vita, si è trattato di un incontro casuale: una fotografa di giardini doveva realizzare un servizio e mi chiese di andare con lei per occuparmi di alcuni dettagli. Erano i tempi della pellicola e tutto infatti era molto più complicato. Andai con lei in giardino e per me fu una vera scoperta, un cambiamento, che mi mise davanti anche a una abilità che non sapevo di avere. E la cosa buffa è che non me ne accorsi subito. Da allora sono passati una ventina di anni.


Un periodo durante il quale si sono registrati anche grandi cambiamenti tecnologici, dalla pellicola al digitale. Come li ha vissuti?
Certo, all’inizio fu una vera tragedia per molti. Ora però non tornerei indietro nemmeno se potessi. Adesso si ha finalmente un controllo totale del lavoro: non esiste più l’incognita del laboratorio, il rischio di un danno durante la fase di sviluppo. Una volta il lavoro si concludeva al momento dello scatto, oggi invece comincia con lo scatto; si ha la possibilità di migliorare e soprattutto nel caso della fotografia di giardini di eliminare gli elementi di disturbo (un tombino per esempio è un grande elemento di disturbo): in un giardino infatti tutto è visibile su una dimensione.

In termini di attrezzature e di tempo, che cosa serve per cogliere lo scatto perfetto?
Lo scatto perfetto è frutto in realtà di tante cose, per esempio non solo della giusta attrezzatura. Diciamo che per coglierlo, in un giardino, è necessario un succedere di più cose, è necessario che si verifichi qualcosa di emozionante, dettato dalla luce o dalle condizioni in quel momento.

Stagioni e momenti della giornata: quali sono le sue preferite e le migliori per scattare?
Per quanto riguarda le stagioni non posso dire di averne una preferita, ogni momento è buono. Rispetto alla luce invece, le ore migliori per scattare sono il tardo pomeriggio o la mattina presto: in una giornata di sole diciamo tra le 6 e le 8 del mattino. Poiché tuttavia non sempre è possibile entrare nei giardini a quell’ora, ecco che si scatta più spesso nel pomeriggio.

Chi richiede le sue immagini? A chi sono destinate?
Lavoro per riviste di settore e pubblico libri: ogni anno ne pubblico almeno uno. Al momento sto lavorando a diversi progetti, che spero si concretizzino presto. Purtroppo il mercato editoriale non vive un momento felice.

Ci parlava prima dell’emozione nelle sue fotografie…
L’emozione è la vera chiave di volta. Parlo dell’emozione che si riceve dal giardino e che a propria volta si cerca di ritrasmettere in un’immagine. La fotografia di giardini è molto diversa in questo da altri generi, per esempio da quella di architettura, che ha regole ben definite, e persino da quella del paesaggio, che per soggetto potrebbe avvicinarsi maggiormente, anche se ha regole e caratteristiche particolari. In un giardino, siamo noi a creare una situazione: è un paesaggio ristretto, all’interno del quale possiamo muoverci, in funzione della luce.

Quale consiglio darebbe a chi è appassionato di fotografia e giardino, per cominciare o per migliorarsi in questo genere?
Direi che per cominciare, la passione per il verde è già sufficiente a fotografare. Per chi si vuole migliorare, il suggerimento è di guardare i lavori dei fotografi più accreditati, per vedere i metodi, ragionare sulle inquadrature.Quello che secondo me è un punto determinate è il costruirsi l’immagine nella testa prima che nell’obbiettivo e poi ricostruire quel che si è pensato. Tutto ciò è sempre fattibile: è come dipingere, si tratta solo di capire come raccontare al meglio, per esempio ridistribuendo volumi, colori, inquadrature.

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